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Designazioni arbitrali
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VAR, il vero arbitro della Serie A: direttori di gara esautorati e decisioni incoerenti

Il VAR domina la Serie A e riduce il ruolo degli arbitri di campo. Analisi critica sugli episodi controversi e sulle incoerenze arbitrali.

In Serie A il VAR non è più uno strumento di supporto. È diventato il decisore finale. E spesso, anche l’unico. L’ultima giornata di campionato ha riacceso polemiche mai sopite, mettendo in discussione il ruolo stesso degli arbitri di campo, sempre più marginalizzati da una gestione centralizzata e opaca delle decisioni.

Dagli episodi di Bergamo al rigore revocato alla Fiorentina, passando per i casi controversi di Verona-Juventus e Torino-Cagliari, emerge una linea comune: il direttore di gara esegue, il VAR decide. Un ribaltamento che contraddice apertamente i principi dichiarati dall’AIA negli ultimi anni.

A Lissone, sede della sala VAR, operano ufficiali spesso con un’esperienza limitata in Serie A. Eppure sono loro a indirizzare l’esito di partite decisive. Scelgono le immagini, suggeriscono interpretazioni e trasmettono una lettura già confezionata all’arbitro sul campo, che raramente si discosta.

Emblematica la contraddizione rispetto a una frase storica di Gianluca Rocchi:

«La presenza del VAR ammorbidisce l’arbitro? Se lo scopro, non fa la Serie A».

Una dichiarazione oggi smentita dai fatti.

Il caso di Firenze resta centrale. Se per il rigore inizialmente concesso alla Fiorentina si è ricorso all’OFR, perché non adottare lo stesso protocollo per il contatto tra Scalvini e Svilar a Bergamo? La risposta è arrivata da Open VAR su DAZN, attraverso il responsabile dei club Andrea De Marco:

«Entrambe le decisioni sono corrette».

Ed è qui che il sistema va in corto circuito.

Le valutazioni arbitrali raccontano una realtà distorta. Fabbri ottiene 8,60 dopo Atalanta-Roma. Massa riceve lo stesso voto dopo Lazio-Napoli, una gara letta con evidenti difficoltà. Guida, autore di una direzione solida in Inter-Bologna, viene valutato allo stesso modo. Tutti eccellenti, nessuna distinzione. Come se errore e merito avessero lo stesso peso.

Una logica che ricorda una scuola dove si promuove chi sbaglia, per non scontentare nessuno. Ma nel calcio di vertice, questo approccio non regge.

Il dominio del VAR è evidente anche nella gestione degli episodi. In Lecce-Cagliari, Marini orienta La Penna concentrandolo esclusivamente sulla trattenuta della maglia. Viene ignorato il contatto precedente: la mano di Baschirotto sull’avambraccio di Piccoli. Il verdetto è già suggerito.

De Marco rafforza la scelta: «Ottima chiamata».

A Bergamo, Maresca archivia rapidamente l’urto subito da Svilar:

«È Rensch a interferire. Il portiere perde il controllo perché sbilanciato dal compagno».

Una lettura confermata dal vertice arbitrale. Ma resta una domanda inevasa: il colpo successivo di Scalvini è irrilevante? E da quando una palla persa autorizza un fallo avversario?

Sono interrogativi che non trovano risposta nei protocolli ufficiali. E che alimentano la sensazione di un sistema autoreferenziale, impermeabile al confronto e incapace di autocritica.

Così il VAR, nato per ridurre gli errori, finisce per amplificarli. E gli arbitri, privati di autonomia e responsabilità, diventano semplici esecutori. In questo scenario, a perdere non è solo la credibilità della classe arbitrale. È l’intero campionato.

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